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Bagoga parte dalla tradizione contadina toscana per
costruire una struttuta gastronomica personale. Si tratta
di una cucina in continua evoluzione. Frutto di studi continui,
di scambi, partecipazione a meeting nazionali e internazionali
senza però mai dimenticare le origini della tradiziona. Alla
"Grotta di S. Caterina" ri ristrovano i gesti delle
massaie toscane dei primi anni del 900. I profumi e i gusti
delle cose semplici si ritrovano nelle soluzioni originali
di Bagoga. Ed
ecco che la "Ribollita" esalta i saporti dei suoi
componenti utilizzando pochissimo lardo una volta indispensabile
sostegno delle fatiche dei campi. Il "Collo di Pollo
Ripieno" si serve con verdure in agro-dolce, Il "Gallo
Indiano" riscoperto in un manoscritto medioevale viene
"ricodificato" per renderlo più leggibile
ai palati di oggi.
La cucina della tradizione si può adattare perfettamente
agli stili di vita di oggi con la sapienza che permetta di
rispettare i saporti tipici dei piatti di una volta. Bagoga
sostiene che bisogna innanzitutto affidarsi alla qualità
dei prodotti che solo la conoscenza del territorio può
garantire.
Ma
non esiste passione o voglia di ricerca culinaria se non viene
accompagnata dall'umiltà di sottopporsi ogni giorno
all'esame di coloro per i quali si fa tutto questo. E per
questo che gli ospiti della "Grotta di Santa Caterina"
avranno la percezione di trovarsi in un ambiente unico.
Ed
ecco un breve trattato sulla "Storia della Cucina Senese"
di Costantino Cipolla
Siena
ebbe il vanto di insegnare agli stessi romani molti modi di
cucinare. Pare infatti che i senesi, molto attenti all'arte
della cucina, la imparassero dagli Etruschi che, come possiamo
vedere su molti affreschi giunti fino a noi erano molto esperti
in fatto di cucina. La città di Siena conquistò
la sua piena autonomia con Federico I Barbarossa che nel 1180
le riconobbe il diritto di battere moneta.
E saranno proprio i senesi nel corso del 1200 a portare a
bordo delle galere di Federico II carne serbata oltre alle
più diffuse focacce secche e ai salatissimi formaggi;
carne magra di suino trattata con molto pepe e aglio, fatta
stagionare vicino a fumosi bracieri; queste carni possono
essere considerate le antesignane delle salsicce secche di
maiale o di cinghiale che ancora oggi sono una ghiottoneria
tipica della tavola senese. Il periodo d'oro per la città
di Siena fu il XIII secolo; essa divenne importante per la
grande espansione commerciale e per l'attività dei
suoi banchieri (ricordiamo i Piccolomini, i Salimbeni, i Buonsignori
e i Tolomei) presenti in numerosi centri italiani e francesi,
frequentatori di fiere internazionali, banchieri che avevano
il vanto di fare prestiti a comunità e conventi, all'impero
e al papato. In questi anni fiorisce anche l'arte culinaria
all'insegna dei sapori e della semplicità, la cui tradizione
è viva anche ai giorni nostri.
Le carni sono cotte al fuoco su legna di rovere e di scopo;
dalle Fiandre arrivano le spezie, il pepe innanzi tutto; le
erbe aromatiche dominano incontrastate: dall'alloro al rosmarino,
alla nepitella, al timo, al basilico, al dragoncello che da
erba medicinale entra nelle cucine; ma anche il cinnamomo,
la cannella, la “miristica” (ossia la noce moscata), i “chiovi
di gherofono” ecc. ecc.
Già si confezionavano le salsicce secche - invenzione
senese - di carne magra ricca di aglio e pepe che, accanto
al sale, impediva che si imputridissero. Le droghe infatti
portarono una vera rivoluzione nella nostra arte culinaria
e non solo nella preparazione di cibi da conservare, ma anche
nella pratica quotidiana. In questo secolo Siena dovette sfidare
l'invidia di Firenze con cui gareggiava per essere caput mundi
in tutti i campi. A questo proposito corre l'obbligo ricordare
la battaglia di Montaperti del 1260 nella quale Siena Ghibellina
vinse la Guelfa Firenze, ma nove anni dopo Siena fu sconfitta
a Colle Val d'Elsa e nel governo della città prevalse
il partito guelfo sostenuto da Firenze che stava ottenendo
la supremazia su tutta la terra di Toscana. Fino alla metà
del Trecento Siena assicurò ai suoi cittadini un buon
governo e riuscì anche ad avere buoni rapporti con
Firenze.
E la cucina fiorì al pari delle arti; i banchetti si
protraevano per giorni e giorni con pietanze arricchite di
un gran numero e grandi quantità di spezie che caratterizzarono
le tavole dei senesi ricchi.
Dalle farmacie dei conventi - dove erano giunte come censo
offerto alla Chiesa - le droghe passarono nei cibi preparati
per i ricchi e vi entrarono con tale abbondanza da essere
perfino ingrediente del fuoco, come avvenne in una casa senese
nella quale per un banchetto durato qualche mese furono spesi
ben 200.000 fiorini. Questo fatto è significativo dello
sperpero che in questo secolo il lusso senese comportava;
lusso che Dante condannò nel suo Inferno con il verso:
"Or fu giammai gente sì vana come la senese...".
E fu proprio un senese, Niccolò Salimbeni, uno dei
partecipanti al famoso banchetto, che scoprì i chiodi
di garofano (lo afferma lo stesso Dante che lo condanna all'inferno
e lo ricorda con questi versi "Ser Niccolò che
la costuma ricca / del garofano prima discoperse"); e
sulle braci di questi chiodi furono cotti i fagiani che rallegrarono
la tavola di questi gaudenti immortalati nei versi di Folgore
da San Gimignano. Le carni si sprecavano su queste tavole:
oltre a quelle di suino ricordiamo la lepre cucinata in vari
modi, anche con la cioccolata e la gru che a quel tempo era
diffusa nei ricchi banchetti, e i tordi e tanti altri pennuti.
Accanto agli sprechi di pochi ricchi va ricordata la cucina
delle classi più umili, la cucina quotidiana di chi
non poteva certo permettersi il lusso delle carni e delle
spezie sostituite con saporite erbette, così come il
cibo di base era il pane, con tutti i piatti che da esso derivano:
dalle zuppe alla bruschetta, ai crostini ecc. ecc. La peste
del 1348 pose fine a questo periodo di benessere e la scena
politica senese fu condizionata dalla pressione di Firenze;
fu proprio in funzione antifiorentina che Siena partecipò
dopo la metà del Trecento a molte guerre fra gli stati
della penisola, finché nel 1559 questa città
(esclusi i domini maremmani) passò alla Signoria di
Firenze governata da Cosimo I dei Medici.
In
questo periodo la cucina senese si arricchisce accogliendo
piatti come il biancomangiare (un composto di animelle, pasta
di mandorle, brodo, spezie e latte) a cui contrappone la ginestrata,
(una minestra che ha valore ricostituente, di cui ricordiamo
l'antica ricetta: un tuorlo d'uovo ogni tazza di brodo, un
bicchierino di vinsanto secco, un po' di cannella, un po'
di coriandolo in polvere, un po' di noce moscata e un pizzico
di chiodi di garofano in polvere. Si sbatte l'uovo con il
vinsanto, si aromatizza con le spezie e il tutto si diluisce
nel brodo di pollo ben caldo. La ginestrata per tradizione
era anche l'"introito" dato alla nuora dalla mamma
dello sposo, quando per la prima volta entrava in casa.
È
rinascimentale anche il dolce detto zuppa del duca perché
preparato per la prima volta in onore del Duca di Coreggio
venuto a Siena per ordine di Cosimo I de' Medici per tentare
di sedare una rissa tra Senesi e Spagnoli. Questo dolce alla
fine del '700 fu ripreso a Firenze da Doney che lo ribattezzò
"zuppa inglese" perché piaceva tanto agli
inglesi che proprio alla fine del XVIII secolo hanno trovato
in Firenze una seconda patria.
Della
sontuosità di certi banchetti cinquecenteschi preziosa
testimonianza ci ha lasciato Bartolomeo Scappi autore di un
trattato dal titolo Opera (pubblicato a Venezia nel 1570)
in sei libri che costituisce "la sintesi di una dottrina
accertata dal lavoro di ogni giorno, di un magistero e di
un ufficio educativo tradotti in termini di esempio",
(scrive Emilio Faccioli. I banchetti) legati al suo nome,
che sono rimasti nella storia furono quello allestito per
incarico del legato papale Lorenzo Campeggi in onore di Carlo
V e quello imbandito nel 1567 in occasione del primo anniversario
del Pontificato di Pio V, presso il quale ha raggiunto il
grado di "cuoco segreto".
A
proposito di questi grandi momenti conviviali è da
ricordare il banchetto - testimoniato da un documento inedito
conservato all'Archivio di Stato di Siena - tenuto a palazzo
pubblico per il palio del 15 agosto dell'anno 1536. In quel
tempo per l'Assunta aveva luogo la solenne processione per
l'offerta dei ceri alla cattedrale: in questa occasione affluivano
a Siena anche i rappresentanti di molte comunità dello
stato (Capalbio, Massa Marittima, Orbetello ecc.) obbligate
ad un'offerta proporzionata alla consistenza socio-economica
della loro zona. L'offerta dei ceri infatti non era un tributo
soltanto ecclesiastico ma anche "cittadino"; il
Comune in questa occasione affermava la sua supremazia e provvedeva
ad annotare i versamenti compiuti e gli eventuali morosi.
A
questi sudditi veniva offerto un banchetto che si teneva appunto
nel palazzo del Comune. Per il palio del 15 agosto del 1536
furono bandite tredici tavole: al centro quella per il Priore
della Signoria, da una parte quella del Capitano del Popolo,
dall'altra quella riservata al rappresentante dell'Impero
e tutto intorno le tavole per gli ospiti. La lista delle vivande
ci testimonia che la cucina senese delle grandi occasioni
si basava essenzialmente sulle carni: quelle pregiate degli
animali da cortile (si parla di quindici capponi e dieci paia
di piccioni), quelle degli animali di allevamento domestico
(due capretti, sei cervelli di maiale, una schiena di maiale)
e infine la selvaggina (starne, tordi, lepri).
Ma
l'elenco parla anche di ben settanta uova, alcune mozze (la
mozza era un piccolo cacio racchiuso in una vescica e legato
nel mezzo), di salsiccioni e di due milze per il guazzetto,
cioè per il sugo; le milze ricordano la salsa ancora
oggi usata per i tipici crostini senesi.
Per
cucinare tutto ciò è documentato l'acquisto
di una grande quantità di condimento fatto dallo speziale
"pepe, spine (cioè chiodi di garofano), cennamo
(cannella) e otto once di lardo". Anche i dolci furono
abbondanti: "libbre tre di biricuocolo (una sorta di
cavallucci), due libbre di pasta di marzapane, tre libbre
di confetti, libbre tre di zucchero, tre marzapani".
I vini provenivano da varie località della campagna
senese; dal documento si ricava anche che fu acquistata una
guastardina (vaso di vetro) d'acqua di rose e una di acqua
canfa per le mani: erano necessari i lavacri infatti visto
che all'epoca si mangiava la carne con le dita. Grande uso
veniva fatto di salse che accompagnavano tutto il pasto; fra
queste, particolari erano la sapa, il savore di mortina e
il savore di giusciole.
La
sapa veniva adoperata (e per qualche ricetta è ancora
usata) fino agli Anni Cinquanta nell'alta Maremma. Nel Cinquecento
in Toscana la sapa si preparava con il "pigliar tre quarti
di mosto cavato dall'uve ben mature e dolci; si fanno tanto
bollire insieme, che si consuman le due parti et una rimane;
e quella che rimane si chiama sapa", così scrive
Francesco Marescotti (ricetta del 1580). Il savore di mortina
o mortella era una salsa a base di mirto adoperata per insaporire
carni e in particolare la cacciagione.
Del savore di guisciole (le visciole erano delle particolari
ciliegie) - scrive Bartolomeo Scappi - "pigliansi visciole
pongonsi in un vaso di rame stagnato e faccioni bollire così
asciutte piano piano senza mescolarle; e come saranno ben
crepate, colinosi per un setaccio senza spremerle, bastando
il loro sugo che haveranno fatto. Et per ogni libra del detto
sugo pongasi una libra di sucaro fino e mezzo quarto di cannella
intiera e un quarto tra pepe garofani e noci moscate peste
e facciasi bollire". Bartolomeo Scappi è l'autore
del prezioso ricettario dal titolo Il cuoco secreto pubblicato
a Venezia nel 1570, un libro di novecento pagine che raccoglie
le leccornie che venivano preparate in particolare per il
pontefice Pio V Piccolomini (fondatore della città
di Pienza) essendo lo Scappi al suo servizio per quanto riguarda
la cucina. A lui si deve l'inserimento della cucina toscana
del baccalà, ancora oggi assai diffuso, merluzzo conservato
sotto sale dopo essere stato parzialmente seccato e dello
stoccafisso, che risulta da una particolare lavorazione proveniente
dal mondo germanico dove il baccalà veniva seccato
completamento su un bastone; di qui la denominazione di stoccafisso
da Stock (bastone) e Fisch (pesce). Soprattutto durante la
vendemmia il baccalà oltre a essere cucinato veniva
anche consumato crudo, accompagnato da chicchi d'uva, e non
è raro che ancora ai nostri giorni nelle campagne venga
riproposta questa tradizione.
Ancora
oggi la festa del palio si conclude con banchetti, riservati
al popolo che nelle strade festeggia la vittoria o si consola
della sconfitta con piatti della più autentica e antica
cucina senese; fra quelli più diffusi ricordiamo: i
crostini di milza, la coratella d'agnello, le rane in umide,
i nodini d'agnello (budelline arrosto), il buristo (sanguinaccio),
i fagioli con le cotiche, il migliaccio (una sorta di tortino
fatto con testa di maiale, pane secco, zucchero, sangue di
maiale) e infine il castagnaccio.
Cibi
che si gustano in abbondanza nella più assoluta indifferenza
per il colesterolo e per il caldo estivo. Una cucina varia
e ricca di sapori, dunque quella senese che anche oggi ha
mantenuto molte caratteristiche antiche: arrosti cotti direttamente
sulla brace, fritture croccanti, umidi, spezzatini, cacciagione,
il "paparo al melarancio" (quello che da Siena volò
a Firenze e da qui in Francia per tornare più condito
ma forse meno saporito e col nome esotico di "canard
à l'orange"), ma anche tante zuppe e dolci come
la ficattola (un pane ai fichi che poteva essere servito con
del prosciutto), e tanti altri dai melatelli (una specie di
frittelle di mele) al famosissimo panforte.
Va
ricordato che nei primi anni del nostro millennio il panforte
era un dolce semplicissimo fatto di farina e di frutta dolce
cotta al forno ed era detto forte perché quando avanzava
prendeva il forte, cioè il gusto d'acido. Saranno proprio
le spezie, la possibilità di rendere candita la frutta
prima con il miele e poi con lo zucchero a trasformare questo
dolce da rustico in un capolavoro dolciario che è andato
arricchendosi negli anni e differenziandosi in vari prodotti.
L'ultima data che ricordiamo relativamente al panforte è
il 1879 quando la regina d'Italia Margherita di Savoia si
recò a Siena per il palio e le fu offerto un nuovo
panforte che da lei appunto prese nome; il panforte margherita.
Oggi
i dolci senesi dal panforte al panpepato, ai cavallucci, ai
ricciarelli ecc. ecc. sono conosciuti ed esportati in tutto
il mondo, ma nella nostra terra è ancora possibile
trovarne a lavorazione artigianale in grado di conservare
antichi sapori, antiche fragranze, in grado di rallegrare
la tavola delle festività natalizie, ma non solo. Così
per tutta la cucina a Siena la tradizione è fortissima,
le novità che fanno moda non soppiantano certo i piatti
tradizionali ben radicati negli usi e costumi del popolo senese
che non rinuncia alla lepre in dolceforte, alle quaglie di
nido, al pan co' santi, ma anche allo stiracchio, appartenente
alla cucina povera, quando il lesso serviva tre volte. Come
lesso, come brodo che con un po' di pane raffermo diventava
minestra, con l'aggiunta magari – nei momenti buoni - di un
po' di formaggio grattato.
Ma
il lesso doveva avanzare e diventare un terzo piatto: spezzettato,
infarinato, si metteva a soffriggere con un po' d'olio d'oliva
e cipolla; poi si affogava con tanta salsa di pomodoro; dopo
circa dieci minuti di cottura, si aggiungeva un po' di vino,
un pizzico di sale, pepe e si serviva con molto, molto pane...
Un tempo questa pietanza si chiamava stiracchio, denominazione
che ben fa capire come la carne fosse "tirata" per
far sì che il lesso potesse essere riproposto.
Questo
piatto sopravvive ed è chiamato spesso "lesso
rifatto", ma oggi fortunatamente è un piatto che
si prepara quando il lesso avanza spontaneamente, senza la
necessità di "tirarlo"...
Un
piatto anche oggi in uso, la cui origine si perde nella notte
dei tempi è la "torta dei medici", la cui
denominazione deriva probabilmente dal fatto che era molto
nutriente e pertanto veniva consigliata dai medici (o perché
in uso alla corte medicea). È formata da un ripieno
che veniva racchiuso dentro due fogli di pasta di pane, oggi
sostituita con la pasta sfoglia.
Gli
ingredienti attualmente sono molti: spinaci, mostarda toscana,
zucchero, zucchero a velo, uvetta di Corinto, arancia candita,
amaretti di Saronno, nocciole tritate, tuorli d'uovo, scorza
di limone, farina, pinoli, noce moscata. Un tempo ci si accontentava
di molto meno: spinaci (o erbette selvatiche), mosto fatto
addensare con la cottura ("sapra"), mele renette
cotte con acqua e miele, senape bianca, miele vergine, mandorle
tostate e tritate, per guarnizione semi di finocchio. Per
lo più viene servita come dolce, un tempo compariva
nei banchetti come portata di "tramezzo".
Molti
dunque sono i piatti che in terra senese si possono gustare;
molti di questi in altre città toscane o non sono mai
entrati in uso o sono stati dimenticati..., talvolta per un
eccessivo adeguamento alle supposte richieste del turista.
La cucina senese, pur non discostandosi molto da quella di
Firenze e delle altre zone vicine, si caratterizza decisamente
- soprattutto quella più povera - per la ricerca di
sapori naturali e l'aggiunta di profumi particolari: per l'uso
frequente del finocchietto selvatico, del dragoncello, di
certe insalate colte nei campi, di certe erbette altrove dimenticate,
per la fedeltà alle più radicate tradizioni
di antichi cibi toscani a cui è sempre stata riservata
una particolare attenzione e che meritano un vivo apprezzamento.
Come non ricordare ad esempio le vecchie salse al dragoncello
che oggi vengono ancora offerte?
O
i migliacci di sangue di suino? O la cipollata? O la nana
(così nelle campagne toscane ma soprattutto senesi
viene indicata l'anatra) in porchetta? In definitiva la cucina
di Siena - e di questo i suoi abitanti sono ben consapevoli
e orgogliosi - può vantarsi di essere la vera cucina
toscana, quella che è andata arricchendosi nei secoli
senza mai abbandonare le più antiche usanze
La
cucina non è archeologia, ma cammina con l’uomo e con
l’uomo si mimetizza, si modifica e cambia per adattarsi alle
esigenze del nostro tempo.
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